
Il fenomeno dello smart working transfrontaliero o, per dirlo con una perifrasi, del lavoro “stabilmente delocalizzato”, ha trasformato in pochi anni il paradigma con cui aziende e professionisti sono chiamati a inquadrare la mobilità internazionale dei lavoratori. La fattispecie tipica non è più quella del lavoratore inviato temporaneamente dal datore all'estero in distacco o trasferta, bensì quella del dipendente che chiede e ottiene di prestare la propria attività da un Paese diverso da quello del datore di lavoro, mantenendo formalmente in essere il rapporto originario con tutti i suoi diritti annessi e senza mettere mano, nella sostanza, al contratto di lavoro originale.
Si tratta di una nuova fattispecie di mobilità autorizzata e non comandata, qualificazione che esclude in radice la disciplina del distacco per come è disciplinato dalla normativa italiana e impone un'analisi puntuale, caso per caso, della legislazione applicabile al rapporto di lavoro.

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