
La sequenza di tre condanne pronunciate dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo tra febbraio 2025 e gennaio 2026 segna un punto di non ritorno per il diritto tributario italiano. Non si tratta di episodi isolati né di censure circoscritte a singole prassi operative: le sentenze Italgomme Pneumatici s.r.l. e altri c. Italia (6 febbraio 2025), Agrisud 2014 s.r.l. semplificata e altri c. Italia (11 dicembre 2025) e, da ultima, Ferrieri e Bonassisa c. Italia (8 gennaio 2026) delineano un quadro di criticità sistemiche che investono l’intera architettura dei poteri istruttori dell’Amministrazione finanziaria. Il tratto comune delle tre decisioni è la constatazione che il sistema italiano, così come oggi configurato, non assicura un equilibrio adeguato tra l’interesse pubblico alla repressione dell’evasione fiscale e la tutela dei diritti fondamentali dei contribuenti, in particolare il diritto al rispetto della vita privata (art. 8 CEDU) e il diritto a un ricorso effettivo (art. 13 CEDU). La Corte di Strasburgo non mette in discussione la legittimità dell’obiettivo perseguito, ma censura la sproporzione tra i poteri attribuiti all’Amministrazione e le garanzie riconosciute ai cittadini.

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