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La reintegra nel regime a tutele crescenti 

a cura di Luca DaffraRosibetti Rubino - Studio Ichino, Brugnatelli e Associati  | 20 GIUGNO 2017 

Anche nella disciplina del contratto a tutele crescenti, l’omessa contestazione disciplinare esclude in radice la sussistenza di qualsiasi fatto materiale, pur se astrattamente idoneo a fondare un licenziamento per giusta causa, con la conseguente applicazione della tutela reintegratoria.
La contemporanea giustificazione del recesso con l’allegazione di un ulteriore motivo oggettivo, strumentale ad evitare la reintegrazione per l’insussistenza del fatto, configura una nullità del recesso per frode alla legge.

Il caso

Il Tribunale di Taranto, con la sentenza in commento, affronta congiuntamente due questioni attinenti il licenziamento del lavoratore assunto post D.Lgs. n. 23/2015 (dlg02015030400023): da un lato, quella della tutela accordabile in caso di totale assenza della contestazione disciplinare e, dall’altra, quella della possibilità che un licenziamento, o meglio un'unica lettera di recesso, si fondi su di una duplice motivazione, una di natura soggettiva (quindi, disciplinare), l’altra di natura oggettiva.

Nel caso di specie, il lavoratore, assunto da una Società a tempo indeterminato con contratto a tutele crescenti, era stato licenziato sia per giusta causa, senza alcuna preventiva contestazione, in relazione al mancato rispetto delle disposizioni impartite dal datore di lavoro (circostanza addotta, dunque, solo nella comunicazione di recesso), sia per giustificato motivo oggettivo, in ragione di una grave crisi economica derivante dall’assenza di commesse.

Il lavoratore ha contestato la validità del provvedimento espulsivo sostenendone l’illegittimità e/o la nullità e chiedendo la condanna della Società alla reintegra per insussistenza del fatto contestato oltre al risarcimento dei danni o, in subordine, al pagamento dell’indennità risarcitoria per violazione procedurale dell’art. 7 (l0001970052000300ar0007a), Legge n. 300/1970.

 

Premesse

La reintegra nel licenziamento a tutele crescenti

Come noto, il D.Lgs. n. 23/2015 (dlg02015030400023)  ha comportato una restrizione dei casi in cui, in conseguenza dell’illegittimità del licenziamento, possa trovare applicazione una tutela di tipo reale, propendendo, invece, per una generalizzata – seppur maggiormente certa nell’ammontare – tutela obbligatoria. Salvo i casi di licenziamento discriminatorio, nullo o orale, infatti, una residuale possibilità di reintegra del lavoratore è prevista nel solo caso di licenziamento privo di giusta causa o giustificato motivo soggettivo qualora si dimostri la c.d. “insussistenza del fatto materiale contestato” ai sensi dell’art. 3, comma 2 (dlg02015030400023ar0003a), del predetto decreto.

In tutti gli altri casi la nuova disciplina prevede esclusivamente una tutela di tipo indennitario.

In particolare, la tutela obbligatoria è prevista sia con riferimento alla violazione della procedura disciplinare, ai sensi dell’art. 4 della norma in questione, sia in caso di licenziamento per motivo oggettivo illegittimo, ai sensi dell’art. 3, comma 1 (dlg02015030400023ar0003a) (salvo quanto si dirà infra).

 

La motivazione del Tribunale di Taranto

Ebbene, alla luce della nuova normativa, il Tribunale di Taranto ha deciso la controversia elaborando i seguenti principi di diritto.

La nozione di fatto materiale contestato e l’assenza della contestazione

Sulla base di un’ormai consolidata giurisprudenza di legittimità, il Giudice ha innanzitutto premesso che la nozione di “fatto materiale” vada intesa nel senso di un fatto non soltanto meramente esistente in natura ma che presenti anche un carattere intrinseco di illiceità, che lo renda, pertanto, un fatto (anche) giuridico e “contestabile”.

Fatta questa doverosa premessa, il Giudice – proseguendo nell’analisi della locuzione “fatto materiale contestato”, così come prevista ai sensi dell’art. 3, comma 2 (dlg02015030400023ar0003a)  del D.Lgs. n. 23/2015 – ha rilevato che, nel caso di specie, non essendovi stata alcuna contestazione, non potesse esistere alcun “fatto contestato”. 

Il radicale difetto di contestazione, infatti, non determina una semplice violazione procedurale ex art. 7 (l0001970052000300ar0007a), Legge n. 300/1970 (e dunque l’applicazione della tutela obbligatoria) ma l’inesistenza dell’intera procedura disciplinare, la quale, configurandosi come un’ipotesi di difetto assoluto di giustificazione, vedrà l’applicazione della tutela reale. D’altra parte, conclude sul punto, essendo la contestazione precondizione necessaria affinché possa discorrersi di qualsivoglia fatto materiale sussistente, l’assenza di quest’ultima esclude in radice la sussistenza di qualsiasi fatto materiale, pur astrattamente idoneo a fondare un licenziamento per giusta causa.

La doppia causa di licenziamento: il licenziamento in frode alla legge

In linea generale, il Giudice afferma l’ammissibilità di una duplice ragione giustificativa del licenziamento, posto che entrambi i recessi sono astrattamente idonei a raggiungere il proprio scopo e che gli effetti del secondo licenziamento si produrranno solo in caso di annullamento del primo.

Dunque, dichiarata l’illegittimità del licenziamento disciplinare, il Giudice deve vagliare la sussistenza del motivo oggettivo, ovvero la legittimità del secondo motivo di licenziamento, la cui assenza comporterebbe – come detto – conseguenze di tipo esclusivamente indennitario.

Il Giudice, dopo aver affermato che l’assenza di giustificato motivo da ricondurre alla tutela obbligatoria presuppone comunque un substrato fattuale, ha dichiarato non l’assenza ma l’assoluta inesistenza delle ragioni addotte dal datore di lavoro nel caso de quo. In considerazione, infatti, della carenza probatoria e dell’assoluta genericità delle motivazioni, le stesse appaiono pretestuose ed indicate al solo fine di evitare l’accesso alla tutela reale, nel caso in cui si fosse accertato – come è avvenuto – l’insussistenza del fatto contestato sul fronte disciplinare.

Pertanto, conclude, il licenziamento è da ritenersi nullo perché in frode alla legge ex art. 1344 (cc001942031600262ar1344a) c.c., ovvero mosso da spirito fraudolento consistente nell’addurre motivi pretestuosi al solo fine di aggirare la tutela reale prevista all’art. 3, comma 2 (dlg02015030400023ar0003a), D.Lgs. n. 23/2015.

Il dispositivo

Alla luce delle considerazioni appena esposte, il Giudice ha dichiarato l’illegittimità del licenziamento per giusta causa per insussistenza del fatto materiale contestato e la nullità del contestuale licenziamento per motivo oggettivo perché in frode alla legge, disponendo la reintegra del lavoratore e la condanna della Società al risarcimento dei danni subiti.

 

Precedenti rilevanti

Come già anticipato nei paragrafi che precedono, la pronuncia in commento si pone in continuità con l’orientamento di legittimità più recente e ormai consolidato.

Sull’insussistenza del fatto materiale

Sulla mancata contestazione dell’addebito

Sui motivi oggettivi addotti alla base del licenziamento

Corte di Cassazione, Sez. Lav., 20 settembre 2016, n. 18418 (stla2016092018418):

“L’assenza di illiceità di un fatto materiale pur sussistente, deve essere ricondotta all’ipotesi, che prevede la reintegra nel posto di lavoro, dell’insussistenza del fatto contestato, mentre la minore o maggiore gravità del fatto contestato e ritenuto sussistente, implicando un giudizio di proporzionalità, non consente l’applicazione della tutela reale.”

Corte di Cassazione, Sez. Lav., 31 gennaio 2017, n. 2513:

“Un fatto non tempestivamente contestato ai sensi dell'art. 7 (l0001970052000300ar0007a), legge 20 maggio 1970, n. 300 deve essere considerato come "insussistente" ai sensi dell'art. 18 (l0001970052000300ar0018a) della stessa legge; il quarto comma dell'art. 18 (l0001970052000300ar0018a) , parlando di insussistenza del "fatto contestato" (quindi contestato regolarmente), non può che riguardare anche l'ipotesi in cui il fatto sia stato contestato abnormemente e cioè in aperta violazione dell'art. 7. (l0001970052000300ar0007a)”.

Corte di Cassazione, Sez. Lav., 7 dicembre 2016, n. 25201 (stla2016120725201):

“Ai fini della legittimità del licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo, l’andamento economico negativo dell’azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare; ove, però, il recesso sia motivato dall’esigenza di far fronte a situazioni economiche sfavorevoli o a spese di carattere straordinario, ed in giudizio se ne accerti, in concreto, l'inesistenza, il licenziamento risulterà ingiustificato per la mancanza di veridicità e la pretestuosità della causale addotta.

 

Riferimenti normativi:

  • D.Lgs. 4 marzo 2015, n. 23, artt. 3 (dlg02015030400023ar0003a)  e 4 (dlg02015030400023ar0004a) ;
  • Legge 20 maggio 1970, art. 7 (l0001970052000000ar0007a);
  • Codice civile, art. 1344 (cc001942031600262ar1344a);
  • Trib. Taranto, 21 aprile 2017.